domenica, luglio 31

Il malgaro Angelo

scritto da Marco Malvezzi.

La Malga è ancora aperta, sono le sette di sera. Angelo c’è, la sua vecchia Fiat Tipo è lì, parcheggiata e sporca come sempre.

Busso al portoncino: «Angelo?». «Aaavanti!». Appena dentro sei letteralmente investito da quel miscuglio di odori che ormai conosco bene. E che amo: latte, formaggio, letame, legna che brucia e un lontano sentore di muffa, ma appena appena accennato, non dà fastidio, anzi completa l’insieme.


Un passo avanti e a sinistra c’è la stanza del Filò. Da Angelo è lì che si fa Filò, non più nella stalla. «El se senta zò, lì ghè la carega!». È praticamente un ordine, secco, diretto, senza fronzoli, ma il suo sguardo tradisce la gioia perché sei salito fin lassù per andare a trovarlo.


Immediatamente afferra il bottiglione del vino con le sue mani scure, scure di lavoro, di sole, di terra e ti versa il primo bicchiere di “nero” (mai dire “rosso” da queste parti!). Tutte le volte, prima che tu finisca di bere, ripete che “bisogna star atenti co’ la patente, no l’è più come na ’olta” e ti sta già versando il secondo. Per fortuna che in tuo aiuto ci sono lì sulla tavolaccia quelle fette profumate - e gialle in questa stagione, la migliore - del suo formaggio, il più buono di tutta la Lessinia. Forse anche del mondo. Così buono che te ne freghi se a far da contorno ci sono pure un paio di mosche; qui tra le mura ingrigite dalla fuliggine, in questa stanza male arredata e comunque bella si smette con naturalezza di essere schizzinosi e anche il cane da pastore dagli occhi azzurri e dal pelo raggrumato ci guarda voglioso di carezze e noi ben felici passiamo le mani in quella foresta pulciosa senza remora alcuna.

Stasera il padrone di casa ha ospiti. Il dialetto è strettissimo, devo stare attento per seguire tutto il filo dei discorsi. Uno dei due sta raccontando di suo padre. «Me bupà» dice spesso con affetto malcelato. «Me bupà l’è tornà da la Russia. Par dù motivi el sa salvà: par i contadini russi e le sò Isbe e par un toco grando de formajo grana catà par caso su la strada del ritorno in de na casa bruzà. L’era duro come ’sta piera - spiega voltandosi verso il bordo del camino - e ja dovùo spacarlo in tanti tochi co na roncola fasendo na fadiga bestia. Pò i la messi rento a na cuèrta e ancora rento al zaino. Caminando i se molava col calor. Camina, se mola, magnaghene un toco. I la fato bastàr fin a casa». Nel frattempo è finito anche il terzo bicchiere.

Il tizzone nel camino è lì più che altro per consuetudine, non c’è freddo, ma da queste parti dopo il tramonto esce sempre del fumo dai tetti di pietra.


«Angelo?». «El me diga!». «Gò da nar via, nemo de là che ghe togo el formajo». Lo appoggia al vecchio bilancino ma chiede sempre a te quanto pesa: «Dù chili, Angelo» - «Alora el me daga... quatordese euro».

Esci nell’aria della sera con una gioia assurda, per una buona mezz’ora nulla di tutto il resto ti sfiora. E sorridi, pensando che anche questa volta lo hai fregato: la caciotta pesava un chilo e mezzo.